lunedì, 25 ottobre 2010
Al parco
Qualche sera prima era a casa, davanti al caminetto acceso, a guardare la tv e a riscaldare le mani intirizzite con una bella tazza di tè fumante. Quella invece, stava sotto un ombrello nero a ripararsi da una pioggia incessante.
L’aria gelida quasi gli feriva le narici, tanto era pulita e fine, mentre il bagnato del terreno stava con sollievo fuori delle sue scarpe nere da trekking. Camminava lentamente come un perdigiorno, neanche avesse un appuntamento da rispettare in quella campagna che somigliava sempre più a una palude verde e nera a causa del maltempo. Lasciava dietro di sé impronte di molle mota impegnato nel tentativo di calpestare le pozzanghere meno profonde, spesso senza riuscire a evitarle. Dopo un breve percorso così accidentato, fu in vista del parco, in cui panchine di pietra e alberi molto alti gocciolavano incessantemente al pari delle nuvole nere della sera. Era impossibile sedersi e, stare ad aspettare qualcuno in quel luogo, era da pazzi. Invece provò come poteva a chinarsi su se stesso per procurarsi il calore che bastava a indurgli coraggio e pazienza e, in quel mentre, uno sciacquio improvviso e leggero, proveniente alle sue spalle, lo richiamò all’attenzione. Voltandosi, un uggiolio pietoso accompagnò la vista di un cucciolo di cane, completamente inzuppato di pioggia, che desiderava avvicinarsi a lui restando, però, per sicurezza dietro la base di pietra di una panca. I suoi occhi erano luminosi tanto quanto il riflesso del pelo fradicio. Il piccolo aveva necessità di essere aiutato, ma in quel mentre un trillo attutito distolse nuovamente la sua attenzione. Era il cellulare, riposto nella tasca del cappotto, che annunciava un sms rivelato anche da una piccola lettera lampeggiante nel display. Insistente. E preoccupante.
Se ti arriva un sms quando ti trovi in un parco solitario e deserto, intanto che il cielo riversa sulla terra tutta l’acqua serbata da millenni e, soprattutto, mentre aspetti di incontrare la tua ex moglie con la quale sembra che i rapporti si stiano, forse, per riallacciare o ricucire, bhe, qualcosa potrebbe non andare per il verso giusto.
Il cagnolino continuava a sfregare il pelo nella pietra rasposa della panchina con occhi lacrimevoli rivolti verso di lui, ma l’sms aveva indubbia e urgente priorità.
Infine lesse il messaggio, per poi sorridere beffardamente. L’ironia era rivolta a se stesso e aveva lo stesso valore di una punizione; come una staffilata alle mani per aver rubato, se vogliamo evitare il paragone con una pallottola alla testa per aver ammazzato. Magari tua moglie.
Ripose il telefonino nella tasca del cappotto, senza pensarci troppo, e chiuse l’ombrello. Lo gettò sulla panca bagnata e iniziò a inzupparsi di pioggia. Forse, bevendo l’acqua direttamente dalla fonte, cioè dal cielo iroso di quella sera, voleva cancellare dalla memoria le parole appena lette che avevano rappresentato in effetti una grande delusione…la rinuncia della sua ex moglie, nello scrivergli “sono molto combattuta e confusa…mi spiace, ho bisogno di starti ancora lontana per capire cosa voglio veramente”, l’aveva amareggiato più di quanto avesse mai creduto. Dopo la separazione, anni dopo in realtà, era riuscito a farsene una ragione, ma da quando l’aveva rivista e dal momento in cui lei lo aveva riavvicinato in modo tanto allusivo, da allora aveva nuovamente perso la testa per lei e per i suoi corti capelli biondi. Capigliatura da bambina, sbarazzina quanto lei; grandi occhi celesti che sembravano indagare nella mente di chi le parlava. Gli piaceva infilare le dita tra le sue corte ciocche, arruffarglieli un po’ e tirarli per gioco, e adorava quando lei rideva d’improvviso mostrando al mondo intero, ma soprattutto a lui, il candore dei suoi denti perfetti. Cosa era successo, nel corso della vita passata insieme, che aveva distrutto il loro rapporto? Inutile rievocare e cercare una o molteplici risposte; vano il tentativo perché forse, in fondo, l’unica cosa che li univa era l’attrazione fisica che provavano l’uno verso l’altra. Talmente forte da annullare temporaneamente le divergenze che in passato li aveva allontanati. Ma stavolta, era l’ultima. Se lo ripromise, mentre il cappotto diventava pesante e fastidioso, tanto da indurlo a levarlo. Lo giurò a se stesso, ora che la camicia gli si attaccava al petto e le spalle. Ma ne dubitò, anche e infine, quando alla pioggia si unirono le sue lacrime di collera verso un indistinto responsabile.
Riaprì gli occhi, sino a quel momento tenuti serrati col viso rivolto alla cappa nuvolosa del cielo, nel sentire il corpo del cane che si strusciava alla gamba del suo pantalone…lo vide, piccolo e desolato, rivolgere il musetto alla sua pietà. Finalmente era riuscito a vincere la paura e, intrepido, gli si era accostato per chiedere aiuto.
Era arrivato dunque il momento di tornare sui suoi passi. Riprese ombrello e cappotto per avviarsi verso il sentiero dal quale era arrivato, tenendo il batuffolo ansimante tra il suo braccio destro e il petto fradicio. Tuttavia questa volta non era solo. Il suo tremante piccolo amico provava a manifestargli tutta la sua riconoscenza e, forse, la sua comprensione, continuando a leccargli velocemente la mano e osservandolo con curiosità e buona aspettativa. Di rimando egli sperava che, il calore trasmesso dall’esserino fiducioso che si affidava totalmente alle sue accoglienti braccia, fosse in realtà un nuovo inizio, una nuova partenza che l’avrebbe portato a qualcosa di buono.
*GiorgiaM*
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11:23
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lunedì, 04 ottobre 2010
IL NERO
Brillano e splendono
Migliaia di pigmenti colorati addobbano il tavolo di legno
Verde speranza e Bianco candore
L’Azzurro è dell’abisso mentre l'Arancio pare sbiadito
C’è il Celeste infinito e il Rosso del cuore
Manca mi sembra solo il nero...
il colore del terrore.
Tra le mie dita vive un pennello dalla morbida chioma
Palpita e freme, lo sento ansimare…
vediamo che vuol fare!
Innanzitutto carezza il bianco smagliante creando volute di pace
Immerge il capo così tinto nel verde
Ma stinge senza volere quella goccia di erba artificiale
Senza attendere si tuffa nel blu,
divenendo turchese come pietra preziosa
Ma naviga e naviga simile a nave dispersa
Scurendo e scendendo nella profondità di cobalto del mare
Spaventato riemerge sfiorando per sbaglio il giallo del sole sperduto
Questo, solitario e geloso, gli dà un po’ di sé.
Di nuovo turchese e precaria, solo un attimo d’indugio,
E la chioma del pennello piomba giù
A carezzare quel che dipinge il bene e che spesso è di fuoco come la passione:
Il rosso acceso, cioè, del cuore.
Ma, ahimè, mal si uniscono tanti colori
Simili tinte non posson vivere assieme tanto son diverse
E pare che mai saran felici.
Da tale miscela creata sì con allegria,
nasce invero una brutta venatura:
è della tenebra e del mistero,
delle sere senza luna e stelle, dei pianti tristi e dei dolori infiniti.
Ma il pennello salta su!
E'invece riuscito nell’intento,
ha creato la sfumatura che cercava!
Rappresenta sonno e riposo,
calma e quiete,
la notte serena dopo ore di lavoro;
esso è altresì il colore che annulla il bagliore menzognero,
proprio lui…
il Nero!
*GIORGIAM*
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lunedì, 01 marzo 2010
Con la mano
Ricordo qual’era la sua abitudine, prima di agguantarmi e stringermi a se levandomi ogni volontà cosciente. Poi, come potete immaginare, non mi rimaneva da pensare proprio a niente. Si strofinava la fronte con la mano sinistra, oltre il senso di tutto, al di là di ogni azione successiva, strofinava la sua testa bella e altera come si fosse trattato del suo cazzo. Che in quei momenti, diciamolo, anelava desiderava bramava…esser strofinato, stretto strizzato leccato mangiato. Eppure lui si portava la mano virile alla fronte larga e scura e bella, e strofinava. Niente di più né di meno. Dopo di che fiondava entrambe le sue mani su me, bramendo le mie braccia stringeva forte e mi trascinava a se. Talmente forte da farmi sbattere i seni sul suo petto duro, poi risaliva sulle mie spalle e mi strusciava forte…a se. Com’è ovvio, io restavo così come stavo. Già non capivo più niente, quando scendeva sulla mia schiena alitandomi alle orecchie cose strane cose incomprensibili o forse solo pensate. Da me. Per forza non riuscivo a capire, ero ottenebrata da quel suo…strofinare. Ma non la sua testa, ora parlo del suo corpo nel mio, del suo cazzo nel mio…corpo, il mio corpo col suo cazzo, non so se mi spiego. Normale, direte voi, consueto e noioso, abbastanza direi, ma…lui taceva. Taceva e non respirava. Quando oramai il mondo era lontano e la percezione reale era divenuta cosa fantastica, quando tutta la materia era solo pelle soda e membra tornite e peli virili e…lingua sulla mia, sulla mia sì sulla mia…
Quando tutto era lui, che non vedevo e non parlava. Tuttavia le sue mani erano sulla sua fronte e poi su di me, a scorrermi sulla schiena e a respirare, almeno così diceva la mia mente. Veniva ogni notte quando il buio copriva mezzo mondo, silenziosamente calava sulla terra dalla mia parte. Senza timore si presentava a me e mi saziava, mi accontentava…ma ora mi dicono che non era vero. Che non è mai esistito, non c ‘è mai stato. Adesso in clinica devo curare il mio sonno, lo devo stimolare indurre ad arrivare…come prima facevo con lui che, secondo me, veniva per davvero…
*Giò*Talamasca*
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giovedì, 25 febbraio 2010
La Banalità.
E’ vero che è tutto falso
nello sgarro dell’ovvietà
piombo in fondo come un sasso
dentro un pozzo profondo.
E’ bizzarro questo dolce
Direi quasi amaro,
se non rischio di piombare di nuovo,
scusate,
nel banale.
Non è poesia ne novella
Storia o notizia
Solo uno sbaglio, un continuo errore
Di provare a parlar bene, senza smetter mai di urlare
Oltre il mondo, al di là del mare.
E questo mare cos’è, se non un abbaglio
Un miraggio d’orizzonte lontano, un retrogusto salato
Tra i denti la sabbia, mentre mastico la panna
Capite cos’è,
solo suggestione, un’illusione
presto scoperta e smascherata.
Perché prima o poi
Presto o tardi
Se non hai fretta
La spoglierai. La troverai.
Lo squallore della mediocrità.
Insomma, la banalità.
*Giorgia Muscas * Talamasca *
Scritto da me, c'è anche il cognome. Stavolta.
19:00
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venerdì, 12 febbraio 2010
I cigni non son tutti belli - ultima parte
ultima parte
Nel penetrarla, affondando nel contempo dentro i suoi splendidi occhi , Emma piange. Avidamente con le labbra lui bacia le sue lacrime; sussurrandole dolcemente che è bellissima, lei sorride dimostrando che non sempre il pianto è manifestazione di dolore e dispiacere. I fruscii e tutti i suoni piacevoli che gli amanti emettono salgono al cielo, ma non solo. Vengono uditi da tre uomini che dividono con loro le giornate alla clinica. Il piccolo gruppo è uscito in cortile per fare compagnia a questi due compagni che, evidentemente, trovano molto piacere nello stare vicini; sono pronti a scherzare su questo e su una loro possibile unione…ma mai si sarebbero aspettati una cosa simile. Nel procedere verso il laghetto quasi non li vedono perché i due sono ormai distesi nell’erba, ma ciò che li colpisce sin da principio è quel che sentono. Si fermano poco distanti, silenziosi. Il piacere degli amanti li blocca privandoli della consueta voglia di scherzare e giocare, mostrandogli chiaramente cosa è la vita. Il piacere dell’attimo sfruttato sino in fondo, le mille possibilità dell’esistenza che purtroppo, ora ricordano, in gran parte gli sono precluse. Allo stesso tempo, l’amore di Ivan e Emma apre le porte a ogni eventualità…uno di loro, Stefano, inizia a soffrire di invidia non perché geloso della ragazza, ma solo per non esser stato lui a capire cosa fare per stare davvero bene. E ora non sa se gli si presenteranno altre possibilità. Ha capito solo che su questo si sarebbe dovuto basare il resto della sua vita a venire: sfruttare ogni attimo di possibile piacere. Ma per ora si sente solo logorare dalla gelosia. Il secondo, Franco, è in realtà un uomo già sposato, burlone e gioviale, scherzoso e disinnamorato della moglie…per lui è enorme l’impegno assunto verso se stesso, un titanico peso che non gli permette di dedicarsi anche alla donna che a casa gli si offre totalmente. In questo caso è però felice per i due ragazzi, sentendosi pervadere da una profonda tenerezza nei confronti di Ivan, il quale a breve avrebbe sofferto per amore. Ivan forse non sapeva che Emma sarebbe andata via tra un giorno. Il terzo uomo era in realtà un ragazzo di tredici anni, ed è facile immaginare cosa gli passi per la mente e non solo. Franco osa una stentata risatina facendo dietrofront ed esortando gli altri a seguirlo. È costretto a ripetere il richiamo perché Davide, il ragazzino, resta impalato con la bocca aperta e le orecchie tese. Infine anche lui si dà una mossa e, al momento in cui chiudono la porta del bar al loro ingresso, a Emma pare di udire un leggero rumore metallico. Soffocato e lontano, perché sopra tutto ci sono gli ansimi e i gemiti di piacere dell’uomo che le pesa sul corpo.
Come ogni donna, già pensa, al termine dell’amplesso, ai passi successivi da compiere. Ha ben presente il fatto che tra un giorno dovrà partire per tornare a casa. Solitamente freme nell’attesa del congedo, ma stavolta teme che sarà molto diverso, anzi ne è più che certa. È conscia del fatto che dovrà rinunciare a Ivan, e non conosce un modo facile e indolore per poterlo fare. Ha bene impresso in mente il viso dell’uomo che a casa è noto per essere il suo fidanzato e, questo, un po’ la fa sentire in colpa. Anche se non fino in fondo. In realtà ha come l’impressione che, volendosi sforzare un po’, una porta aperta la si scorge abbastanza facilmente. E la luce filtra verso lei, rischiarando un futuro che non deve essere necessariamente legato al suo attuale amante, ma molto migliore di quello che l’aspetta tornando all’arida consuetudine della vita di casa. La forza virile che le preme dentro è il primo passo verso un destino da compiere, felice o meno non sa, ma comunque…suo. Solo suo.
Improvvisamente sorride estasiata, riempiendo Ivan di baci affettuosi che niente hanno a che vedere con la passione che li ha travolti poc’anzi. Il ragazzo la guarda sbigottito, senza esitare a sorridere di rimando e stringendola ulteriormente a sé. Contrariamente a quanto crede l’amico Franco, Ivan sa bene che Emma sta per andar via. Ma lui è sicuro che si ritroveranno. O, quantomeno, non permetterà che accada diversamente.
FINE
*GiorgiaMuscas*Talamasca*
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martedì, 09 febbraio 2010
I cigni non son tutti belli *II parte
II parte
Emma pensa a tutto questo e a molto altro ancora, come ogni minuto di ogni giorno della sua nuova vita, quando ormai gli animali tacciono e il frusciare delle foglie sui rami vicini è l’unico rumore che le fa compagnia. La brezza è fresca perché sto raccontando del mese di ottobre, il periodo in cui l’estate del meridione italiano si assenta solo la notte, quando l’autunno fa capolino con aliti di vento del nord e brina delicata da sposa indecisa. Emma veste una larga giacca di fine maglia color malva, con le maniche lunghe e il collo scoperto. Una gonna di jeans sopra il ginocchio e le sue care espadrillas bianche. Sente il profumo dei glicini ancora in fiore e strizza gli occhi per asciugare senza muoversi il nascere di una stupida lacrima di nostalgia. Improvvisamente sente una porta che si chiude. E’ l’uscio del bar, ancora aperto. Arriva verso di lei un uomo in stampelle, giovane e bello. Il percorso non è totalmente illuminato perciò non vede il suo viso, ne distingue solo la fisionomia. Si tratta di Ivan, il napoletano. Ci sono in clinica altri uomini altrettanto giovani che, almeno durante la notte, si avvalgono delle stampelle per procedere più velocemente. In realtà lo riconosce dalle spalle e dalla testa virile. E’ proprio bello. E poi non è nuova a una sua visita notturna, è capitato altre volte che si sia avvicinato a farle compagnia dopo cena e fuori dal bar. Ivan è diverso dagli altri del gruppo. Meno gioviale, più serio e addolorato. Forse per questo motivo prova piacere a trascorrere qualche ora con lei, lontani dalla cricca, perché si è accorto che lei tanta voglia di stare con gli altri non ce l’ha. Fatto sta che ora arriva, le sorride e le dice “sarebbe bello che ogni tanto mi chiedessi tu di venire fuori con te!” Emma ride di rimando, risponde “scusa! lo farò la prossima volta, giuro” spostandosi verso destra sulla panca di pietra per far posto all’amico. Ivan siede agilmente, coricando le stampelle dietro la panca e stiracchiando la gamba sinistra priva del piede. Ha avuto un brutto incidente, Ivan, e ora fa le prove e tutte le varie terapie riabilitative per poter indossare un presidio ortopedico che gli permetta di camminare più facilmente di così. Nel frattempo, Emma si volta nuovamente verso il riflesso dell’acqua, tacendo. Ivan alza le braccia piegandole dietro la testa, e tace. Succede sempre così tra loro. Inizialmente siedono in silenzio, senza nulla da dire o alcuna curiosità. Poi, solitamente, Ivan intavola un discorso che ha a che fare prima con la sua situazione protesica, poi con la cucina dell’ospedale che fa schifo, ancora coi suoi compagni di stanza che fanno troppo baccano per i suoi gusti, e infine le chiede “tu come stai? Non parli mai”. Stavolta invece, mentre Emma si aspetta almeno una parola di inizio, Ivan non dice niente. La ragazza pensa che finalmente s’è stancato anche lui “e che tristezza, son proprio antipatica!”. Allora gli dichiara “che noia qua, eh?” e quando lui si volta a guardarlo, gli sorride. Lui non accenna nessun movimento, continuando a fissarla senza profferir parola. Inavvertitamente, le sfiora gli zigomi col pollice. Emma deglutisce mentre il suo cuore si ferma. Sente più chiaro il sussurro delle foglie, avverte gli impercettibili movimenti dell’acqua scostata involontariamente dai cigni dormienti, capisce che è tutto loro quel posto, il lago, gli aliti di vento, il buio rischiarato dalla luna piena. Ivan si accosta a lei poggiandole sulla bocca le sue labbra morbide, piene e umide. Immediatamente scosta il viso per guardarla negli occhi e capire quanto può andare avanti. Emma non ricorda quasi più il dolore su cui rimuginava qualche istante fa, tutto è stato coperto da un velo caldo. Il suo corpo freme e il cuore ora batte impazzito, sente che è impossibile resistere al magnetismo che li spinge uno verso l’altra. Il suo sguardo tentenna sugli occhi di Ivan che sono naturalmente stretti, profondi e contornati da sopracciglia scure e ben disegnate da bel meridionale. Oramai è conscia della sensualità che sprigiona e, con un lieve sorriso, sposta volutamente lo sguardo sulle labbra dell’uomo che, senza attendere oltre, la bacia con impeto rubando con la lingua quel poco di inibizione che resta. La mano di Ivan si poggia sul suo seno destro, stringendo, e con l’altra le sbottona la giacca. Emma l’aiuta senza però liberarsi dell’indumento, porgendo alla luce notturna il suo reggiseno bianco. Mentre la bacia, mangiandola quasi, lui porta le sue mani dietro la schiena di Emma per sganciarlo, ma lei lo precede aprendo un invisibile fermaglio tra le due coppe. In un attimo il seno è libero, chiaro e pieno e mobile, e lui geme quasi incredulo della sua bellezza. Si ritrovano sdraiati sulla fredda erba verde che oramai è già molto umida. Emma è quasi completamente nuda e lui si è liberato della t-shirt sportiva, che ora giace appallottolata vicino ad un piccolo rosaio giallo. Mentre apre i jeans, continua a toccarla innamorato della sua morbidezza, della bellezza dei suoi occhi, delle sue espressioni e, forse e soprattutto, di tutto quel dolore che le straripa dal cuore in ogni attimo. Si è sentito a lei vicino sin dal primo momento in cui l’ha scorta in palestra al suo arrivo. Mentre un assistente le mostrava quali esercizi fare, lei accennava continuamente di sì con un fantasma di sorriso agli angoli della bocca, quella bocca che ha scoperto così calda e buona, e mentre lui la osservava Emma ha sollevato gli occhi notandolo. Ha accennato un saluto col capo senza aprire bocca, solo con impresso quel sorriso assente e straziante. Più tardi è riuscito ad avvicinarsi e a vedere da vicino i suoi occhi. Grandi e belli, ma piangenti e che dicevano “appena tutti spariscono potremo piangere, finalmente”. C’erano altre ragazze, più o meno giovani e qualche adolescente, fragili e tutte pazienti degli psicanalisti messi a disposizione dalla clinica. Ma Emma aveva un aurea triste che non si sarebbe mai potuta eliminare, lui lo sentiva. E lo vedeva. Nei suoi movimenti, quando desolata per non esser riuscita a far qualcosa abbassava la testa serrando le labbra, lo vedeva nella sua veloce camminata e nell’ansimare del petto. Era la più carina delle ragazze presenti, ma non la più simpatica. Si mostrava troppo difficile ed era da pregare, quando il gruppo si riuniva al bar o si sedeva in mensa. Lei c’era e tutti le navigavano attorno, ma quell’ansia palpabile mostrava che il suo dolore costantemente vivo non sarebbe mai sparito. Si mostrava sì amabile, ma senza riuscire ad accantonare per un solo istante quel che le era successo. Visto che anche per lui era, in certi momenti, insopportabile la forzata giovialità degli altri pazienti, istintivamente si avvicinò a lei in cerca di consolazione. Spesso non trovava conferma al suo piacere di stare con Emma poiché lei si mostrava assente e sognante, molto triste; altre volte gli sembrava di esserle indispensabile, quando la confidenza diveniva il perno della loro amicizia. Questa notte, che l’ha raggiunta come quasi sempre, non credeva di arrivare a compiere un atto del genere, ma nel sedersi vicino a lei il senso di tutto è mutato in un momento. Il tempo si è ristretto mentre la vita ha acquisito immediata urgenza perché fugace e disonesta, la luna gli pare sia salita a illuminare quel che gli suggeriva da tanto tempo e il silenzio musicale del lago sembra suonare apposta per loro.
*Giorgia Muscas*Talamasca*
17:34
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sabato, 06 febbraio 2010
I cigni non sono tutti belli
I Parte
Quando le luci del bar si spengono, Emma siede già da alcuni minuti sulla grande lastra di pietra che funge da panchina nella sponda più bassa del laghetto artificiale della clinica protesica. Si trova in questa casa di cura da sei giorni, ormai, e conosce bene gli orari e le abitudini di chi amministra il luogo perché non è la prima volta che vi soggiorna. Sa che il bar dell’ospedale chiuderà proprio ora, alle undici e trenta di notte, lasciando però le porte aperte al retro del lungo e vasto cortile, in fondo al quale è sito il nostro laghetto, per permettere ai soggiornanti di trascorrere un po’ di tempo in tranquillità. Non è nemmeno la prima volta che decide di stare sola così, lontana dalle luci bianche degli anditi e dalla sua camera, che divide con due donne più grandi di lei. Una di queste è una dolce vecchietta piena di classe e con tanti capelli bianchi che le incorniciano il viso, un viso che è stato molto bello in gioventù, si vede dalla lucentezza degli occhi e dal suo garbo. Perché le donne gentili e garbate, se son state belle da giovani, lo restano anche nella tarda età, trascinando con gli anni una calma saggezza amabile e pulita. L’altra donna è invece meno piacevole, di mezza età e di grande peso, nel senso che si avvicina probabilmente ai cento chili. Nasconde tra le lenzuola qualche bottiglietta di vino bianco, prelevata di soppiatto durante l’ora di cena dai tavoli della mensa in cui gli inservienti apparecchiano in grande stile, forse per dare una parvenza di normalità a tutto quello che invece è solo tristezza. Li cela là sotto per scolarseli tutti assieme durante la notte, di nascosto dentro il bagno, senza pensare che prima o poi qualcuno scoverà le bottiglie vuote. Ma forse a lei non interessa, ha l’istinto di rubare e nascondere e solo questo è importante. Emma pensa che questo vizio ha portato chi le vuol bene a controllarla, per cui la donna tende a complottare per questo motivo. Chissà.
Torniamo alla notte che sto narrando, una notte in cui Emma, come tante altre volte, siede a fissare il luccichio dell’acqua davanti a sé. Navigano sempre i soliti cigni, un po’ bianchi e un po’ marroni, chi ha mai detto che i cigni son tutti bianchi e belli? Non è vero. Assieme a loro dei parenti molto stretti, ma più interessanti e vistosi. Hanno le piume colorate e ben pettinate, la coda meno altezzosa di quella dei preziosi cugini, e un becco lungo e largo di un bel colore verde scuro. Pare che a sostituire il becco ci sia una pietra coperta di umido muschio. Poi c’è qualche gallina, pensa Emma. Perlomeno, somigliano molto alle galline, dei volatili grassi e marroni che sciacquettano rumorosamente ai margini del laghetto. Tra un po’ si fermeranno per dormire, in qualche modo, come già fanno i cigni che galleggiano inanimati come dei giocattoli bianchi di plastica gonfiabile. La luna è alta e tonda, stanotte, e illumina tutto per bene…in ogni caso, attorno allo specchio d'acqua, sono stati affissi dei piccoli faretti che agevolano il cammino durante le notti più scure. Viene concessa molta libertà, in questa disgraziata clinica, è tutto assai bello e colorato, la vita viene carezzata e coccolata e gli zuccherini son tanti. Non stiamo a precisare qual è il problema che ha spinto Emma a doversi avvalere di simile soggiorno ospedaliero, basti sapere che il suo cuore è tanto pesante e fresco di sangue. In realtà, una gran parte di degenti è rappresentata da uomini pieni di vita. Aitanti e con la battuta facile, pronti a servire piacevole compagnia perché forti…o estremamente disperati…o superstiti di una brutta vita che non vorrebbero assolutamente condurre. Ridono e giocano sulle sedie a rotelle, sfrecciando agevolmente tra infermieri e dottori che si astengono dal rimproverarli, accennando invece un sorriso pieno di disponibilità. Si è tutti amici qua dentro, si esiste con gioia sostenuti da una semplice filosofia che dice: non è cambiato niente e niente è diverso. In fondo basta volerlo. Emma non è mai stata di quell’avviso, non ci ha mai creduto. Partecipa e fa compagnia agli altri, che la cercano, la chiamano, la vogliono con sé. Non sempre è disponibile a trastullarsi con loro, ma spesso li segue sentendosi valorizzata ad avere tutti quegli uomini attorno i quali non vedono il suo handicap e non lo considerano nemmeno. Nonostante il suo dolore, prova a frequentare la giovialità dei compagni con partecipazione, quasi abbarbicandosi con tutte le forze alla botola che conduce al suo personale inferno. Non è abbastanza e spesso non riesce, ma non esiste alternativa al momento. A casa ha lasciato un ragazzo che l’attende. Almeno lo spera, visto che i rapporti non sono al meglio. Lui è sempre molto assente, non la cerca più in nessun caso e in tutti i sensi. Per cui, alla profonda disperazione per la sua nuova natura di invalida, si aggiunge la preoccupazione che il suo compagno di vita non la desideri più per quel motivo.
I Parte
*GiorgiaMuscas*Talamasca*
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18:47
Scritto da: talamasca.x
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venerdì, 05 febbraio 2010
Luce di tenebra
Un altro giorno, potrebbe donarmi un nuovo nome
Un’altra vita, potrebbe essere un felice amore
Questo cielo è celato per sempre dalla lunga notte che mi circondò
Il giorno che i miei occhi videro i tuoi.
Questa luce è virata in tenebra nel tuo riflesso speculare che mi accecò
Il giorno che i tuoi occhi serrarono i miei.
Fu luce il tuo calore, poteva essere amore.
Fu fiamma di dolore, quel che mi hai donato senza pronunciar parole.
*GiorgiaM*Talamasca*


10:05
Scritto da: talamasca.x
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mercoledì, 03 febbraio 2010
Questa notte
Com’è questa notte che sento i grilli frinire nella mia immaginazione, com’è questa vita se esisto dentro un sogno e oltre non so andare? Cos’è tutto questo, se la luce mi bagna ma è solo desiderata, cos’è quella luna che tonda e bianca perfora il cielo senza smettere di sospirare? È forse solo follia, la vita che credo di scorgere sulla sua curva lattea? È probabile sia solo pazzia, quel fremito che la scuote in contemporanea col mio.
Una notte come questa, a guardare la luna dentro una stanza priva di finestre, è vera solo se ci credo, è certo il suo respiro solo se mi ascolto. È un alito di vento profumato di vaniglia, un fiato di formica che dona solo per esistere, è una carezza di fata che piange la sua gioia, una lacrima di stella per il mondo scellerato. Il matrimonio del bene e il male pare assurdo, il dialogo tra il muto e il sordo forse impossibile, un bacio tra me e il sole è doloroso…se questa notte fosse lunga e non finisse mai, quando la luce dell’alba fosse troncata sul nascere, io saprei come fare a non morire. Mi basterebbe serrare gli occhi e sorridere.
Mi servirebbe credere in un’altra possibilità, darla a me che dondolo abbracciata alla Luna.
*Giorgia M*
03:46
Scritto da: talamasca.x
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lunedì, 25 gennaio 2010
La sera arrivò - II parte
L’atrio era quello di una casa antica e, con una valutazione sommaria, la giudicò molto ricca. Il buio imperava, solo da una porta aperta scaturiva la luce splendente di una casa serena e normale. Così almeno sperava Eva. La cameriera la condusse proprio là, per poi sgusciar via velocemente. La stanza illuminata in cui era entrata, arredata di mobili di legno in stile classico e costellata di quadri di ogni dimensione, sembrava deserta. Dopo qualche passo, Eva si sentì convocare. Non da una voce, né udendo il proprio nome. Nessuno aveva proferito parola, era forse solo una sensazione. Procedendo lentamente, molto intimorita ma pervasa di curiosità, decise di esplorare il luogo in cui era capitata. Vide ritratti appesi alle pareti, di nobili di altri tempi, che sembravano controllare i suoi passi. Osservò paesaggi in cui i particolari erano stati dipinti con precisione maniacale, ogni sfumatura e ogni filo d’erba parevano reali. Le nature morte erano quasi odorose di frutta matura e fiori freschi, mentre un passero posato sulla linea sfocata di un tavolo acquerellato saltellò per beccare una briciola di pane. Questo la fece sussultare, pareva tutto vero! Così che, mentre delle contadinelle abbigliate in modo brioso salivano per arrivare ad una casa bianca più in fondo, dalla tela le arrivò un altro forte richiamo. Eva spalancò istintivamente gli occhi, senza capire chi avesse potuto chiamarla in quel terribile luogo con fare tanto imperioso, e si voltò per vedere la stanza dietro di sé che resisteva invariata. Questo significava che il richiamo inarticolato era arrivato proprio dalla tela con immagini bucoliche che aveva davanti. Sporse in avanti il viso, e vide un cagnolino nero zampettare sul prato diretto dalle sue padroncine. Che, ad osservarle bene, restavano comunque ferme. Si strofinò gli occhi, avvertendo nuovamente la sensazione di solitudine disperata che l’aveva colta in strada, quando la notte del luogo era solo terrore e la sensazione di estraneità le saliva dalle gambe sino allo stomaco stretto. Improvvisamente un altro richiamo. Questa volta Eva strillò, terrorizzata di non esser riuscita a trattenersi e pronta a scoppiare in lacrime. Non accadde niente, ma il panico della ragazza diveniva sempre più esasperato poiché oramai sapeva che, se non fosse stata aiutata (svegliata! Sì, l’avrebbero dovuta scuotere sino a destarla da quel terribile incubo!), molto probabilmente lei da sola non sarebbe mai riuscita a cambiare in meglio la situazione, rimanendo intrappolata in quella magione degli orrori per sempre. Invece, dopo qualche tremito, il suo nome venne nuovamente rifatto. Per esser precisi, si può ipotizzare che stavolta venne solo pensato poiché avvertì una sensazione soffice. Come se a pensarlo fosse stato un batuffolo di cotone. Priva di un motivo razionale, si mosse poco più avanti, dove il sole forte scottava degli immensi campi di grano. Nel dipinto in questione era stato usata in modo predominante la tinta gialla, conferendo all’immagine un’idea estiva di campo aperto. Non vi era alcun personaggio, solo grano sole e cielo risplendente di giallo. Non era questo, però, il dipinto dal quale era provenuto l’appello…si sentiva trascinare istintivamente in fondo alla sala e, nel procedere, Eva ebbe la possibilità di notare che i quadri divenivano sempre più reali, ma fantasiosi e quasi impossibili da comprendere. Ad un certo punto scorse, tra due imponenti sedie di legno scuro, una grande cornice dorata che racchiudeva un disegno mostruoso minuziosamente tracciato a matita. Finalmente potette fermarsi, convinta di esser stata chiamata proprio da lì.
Questa consapevolezza la terrorizzò ancora di più.
**Talamasca**

I diritti riservati sul testo, immagine reperita in rete.

11:05
Scritto da: talamasca.x
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| Tag: la sera arrivò - ii parte, mistero, casa, quadri, incubo, notte | OKNOtizie |
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