I cigni non son tutti belli *II parte

II parte

Emma pensa a tutto questo e a molto altro ancora, come ogni minuto di ogni giorno della sua nuova vita, quando ormai gli animali tacciono e il frusciare delle foglie sui rami vicini è l’unico rumore che le fa compagnia. La brezza è fresca perché sto raccontando del mese di ottobre, il periodo in cui l’estate del meridione italiano si assenta solo la notte, quando l’autunno fa capolino con aliti di vento del nord e brina delicata da sposa indecisa. Emma veste una larga giacca di fine maglia color malva, con le maniche lunghe e il collo scoperto. Una gonna di jeans sopra il ginocchio e le sue care espadrillas bianche. Sente il profumo dei glicini ancora in fiore e strizza gli occhi per asciugare senza muoversi il nascere di una stupida lacrima di nostalgia. Improvvisamente sente una porta che si chiude. E’ l’uscio del bar, ancora aperto. Arriva verso di lei un uomo in stampelle, giovane e bello. Il percorso non è totalmente illuminato perciò non vede il suo viso, ne distingue solo la fisionomia. Si tratta di Ivan, il napoletano. Ci sono in clinica altri uomini altrettanto giovani che, almeno durante la notte, si avvalgono delle stampelle per procedere più velocemente. In realtà lo riconosce dalle spalle e dalla testa virile. E’ proprio bello. E poi non è nuova a una sua visita notturna, è capitato altre volte che si sia avvicinato a farle compagnia dopo cena e fuori dal bar. Ivan è diverso dagli altri del gruppo. Meno gioviale, più serio e addolorato. Forse per questo motivo prova piacere a trascorrere qualche ora con lei, lontani dalla cricca, perché si è accorto che lei tanta voglia di stare con gli altri non ce l’ha. Fatto sta che ora arriva, le sorride e le dice “sarebbe bello che ogni tanto mi chiedessi tu di venire fuori con te!” Emma ride di rimando, risponde “scusa! lo farò la prossima volta, giuro” spostandosi  verso destra sulla panca di pietra per far posto all’amico. Ivan siede agilmente, coricando le stampelle dietro la panca e stiracchiando la gamba sinistra priva del piede. Ha avuto un brutto incidente, Ivan, e ora fa le prove e tutte le varie terapie riabilitative per poter indossare un presidio ortopedico che gli permetta di camminare più facilmente di così. Nel frattempo, Emma si volta nuovamente verso il riflesso dell’acqua, tacendo. Ivan alza le braccia piegandole dietro la testa, e tace. Succede sempre così tra loro. Inizialmente siedono in silenzio, senza nulla da dire o alcuna curiosità. Poi, solitamente, Ivan intavola un discorso che ha a che fare prima con la sua situazione protesica, poi con la cucina dell’ospedale che fa schifo, ancora coi suoi compagni di stanza che fanno troppo baccano per i suoi gusti, e infine le chiede “tu come stai? Non parli mai”. Stavolta invece, mentre Emma si aspetta almeno una parola di inizio, Ivan non dice niente. La ragazza pensa che finalmente s’è stancato anche lui “e che tristezza, son proprio antipatica!”. Allora gli dichiara “che noia qua, eh?” e quando lui si volta a guardarlo, gli sorride. Lui non accenna nessun movimento, continuando a fissarla senza profferir parola. Inavvertitamente, le sfiora gli zigomi col pollice. Emma deglutisce  mentre il suo cuore si ferma. Sente più chiaro il sussurro delle foglie, avverte gli impercettibili movimenti dell’acqua scostata involontariamente dai cigni dormienti, capisce che è tutto loro quel posto, il lago, gli aliti di vento, il buio rischiarato dalla luna piena. Ivan si accosta a lei poggiandole sulla bocca le sue labbra morbide, piene e umide. Immediatamente scosta il viso per guardarla negli occhi e capire quanto può andare avanti. Emma non ricorda quasi più il dolore su cui rimuginava qualche istante fa, tutto è stato coperto da un velo caldo. Il suo corpo freme e il cuore ora batte impazzito, sente che è impossibile resistere al magnetismo che li spinge uno verso l’altra. Il suo sguardo tentenna sugli occhi di Ivan che sono naturalmente stretti, profondi  e contornati da sopracciglia scure e ben disegnate da bel meridionale. Oramai è conscia della sensualità che sprigiona e, con un lieve  sorriso, sposta volutamente lo sguardo sulle labbra dell’uomo che, senza attendere oltre, la bacia con impeto rubando con la lingua quel poco di inibizione che resta. La mano di Ivan si poggia sul suo seno destro, stringendo, e con l’altra le sbottona la giacca. Emma l’aiuta senza però liberarsi dell’indumento, porgendo alla luce notturna il suo reggiseno bianco. Mentre la bacia, mangiandola quasi, lui porta le sue mani dietro la schiena di Emma per sganciarlo, ma lei lo precede aprendo un invisibile fermaglio tra le due coppe. In un attimo il seno è libero, chiaro e pieno e mobile, e lui geme quasi incredulo della sua bellezza. Si ritrovano sdraiati sulla fredda erba verde che oramai è già molto umida. Emma è quasi completamente nuda e lui si è liberato della t-shirt sportiva, che ora giace appallottolata vicino ad un piccolo rosaio giallo. Mentre apre i jeans, continua a toccarla innamorato della sua morbidezza, della bellezza dei suoi occhi, delle sue espressioni e, forse e soprattutto, di tutto quel dolore che le straripa dal cuore in ogni attimo. Si è sentito a lei vicino sin dal primo momento in cui l’ha scorta in palestra al suo arrivo. Mentre un assistente le mostrava quali esercizi fare, lei accennava continuamente di sì con un fantasma di sorriso agli angoli della bocca, quella bocca che ha scoperto così calda e buona, e mentre lui la osservava Emma ha sollevato gli occhi notandolo. Ha accennato un saluto col capo senza aprire bocca, solo con impresso quel sorriso assente e straziante. Più tardi è riuscito ad avvicinarsi e a vedere da vicino i suoi occhi. Grandi e belli, ma piangenti e che dicevano “appena tutti spariscono potremo piangere, finalmente”.  C’erano altre ragazze, più o meno giovani e qualche adolescente, fragili e tutte pazienti degli psicanalisti messi a disposizione dalla clinica. Ma Emma aveva un aurea triste che non si sarebbe mai potuta eliminare, lui lo sentiva. E lo vedeva. Nei suoi movimenti, quando desolata per non esser riuscita a far qualcosa abbassava la testa serrando le labbra, lo vedeva nella sua veloce camminata e nell’ansimare del petto. Era la più carina delle ragazze presenti, ma non la più simpatica. Si mostrava troppo difficile ed era da pregare, quando il gruppo si riuniva al bar o si sedeva in mensa. Lei c’era e tutti le navigavano attorno, ma quell’ansia palpabile mostrava che il suo dolore costantemente vivo non sarebbe mai sparito. Si mostrava sì amabile, ma senza riuscire ad accantonare per un solo istante quel che le era successo. Visto che anche per lui era, in certi momenti, insopportabile la forzata giovialità degli altri pazienti, istintivamente si avvicinò a lei in cerca di  consolazione. Spesso non trovava conferma al suo piacere di stare con Emma poiché lei si mostrava assente e sognante, molto triste; altre volte gli sembrava di esserle indispensabile, quando la confidenza diveniva il perno della loro amicizia. Questa notte, che l’ha raggiunta come quasi sempre, non credeva di arrivare a compiere un atto del genere, ma nel sedersi vicino a lei il senso di tutto è mutato in un momento. Il tempo si è ristretto mentre la vita ha acquisito immediata urgenza perché fugace e disonesta, la luna gli pare sia salita  a illuminare quel che gli suggeriva da tanto tempo e il silenzio musicale del lago sembra suonare apposta per loro.



*Giorgia Muscas*Talamasca*

 

I cigni non son tutti belli *II parteultima modifica: 2010-02-09T17:34:00+00:00da talamasca.x
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